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ATTACHMENT PARENTING: Crescere con empatia

ATTACHMENT PARENTING: Crescere con empatia

Da una settimana ci siamo trasferiti in un’altra città e in un’atra casa. Beh questa notizia in sè è priva di rilevanza e può non interessare nessuno ma la cosa davvero sorprendente per me è che Tommaso da un paio di giorni ha deciso all’improvviso di andare a dormire nella sua nuova stanza e nel suo nuovo lettino.

La cosa è sorprendente perchè esistono milioni di teorie per cui è sconsigliato per un bambino (soprattutto dai 2 anni in avanti) associare lo stress di un trasloco con un altro stress quale potrebbe essere il dormire nel suo lettino (nuovo) da solo nella sua stanza (nuova) per evitare che possa “sentirsi abbandonato”.

Credevo inoltre che avendo cresciuto Tommy secondo i principi dell'”attachment parenting” non sarebbe stato così semplice “staccarlo” dalle mie braccia. Beh il fatto sta che un giorno all’improvviso lui stesso mi ha chiesto di voler andare a fare nanna nel lettino nuovo e alla fine quella che si è sentita abbandonata sono stata proprio io 🙁

Ma alla fine come al solito il mio bambino mi sorprende sempre e quando meno me lo aspetto.

Anche il fatto di crescerlo secondo i principi dell’attachment parenting non è stata una mia scelta. Anzi, non avevo idea di cosa fosse…come sempre è stato Tommy a scegliere.

Semplicemente Tommaso non smetteva di piangere e lamentarsi, a meno che non fosse tra le nostre braccia. Quindi ho finito per portarmelo “addosso” (nel marsupio o in braccio) dappertutto. Non dormiva se non nel nostro letto. E quindi vi approdava regolarmente. Di poppate ad orari regolari, neanche a parlarne. Ho dovuto “cedere” all’allattamento a richiesta che purtroppo per diverse cause non ho potuto portare avanti, ma anche con il latte artificiale gli orari erano orientativi.

Tutti mi dicevano che lo stavo viziando. Io mi sentivo in colpa, inadeguata, incapace. Insomma, una cattiva madre. Ma non c’era niente da fare. Non riuscivo a calmarlo se non tenendomelo sempre addosso, né a farlo dormire nella sua cesta. Non riuscivo ad allattarlo ogni tre, quattro ore. Non sopportavo sentirlo piangere se avevo i mezzi per farlo smettere.

Mio figlio non è mai stato affidato a nessuno. Non per scelta, ma piuttosto perché non avevamo scelta. E’ stato frustrante. Mi sono sentita molto sola.
Ma ora che è cresciuto autonomo, indipendente, ribelle e deciso sono orgogliosa di lui e un pò di me stessa.

Ho ascoltato i consigli di persone che mi dicevano di lasciar piangere mio figlio, di farlo dormire nel suo letto (o, meglio ancora, nella sua camera), che portarlo sempre in braccio o nel marsupio non andava bene. Li ho ascoltati perché venivano da persone che avevano più esperienza di me, e quindi credevo avessero ragione. Ho ascoltato i consigli di molti “baby trainers” ( quelli cioè che ne sanno sempre più della mamma ) invece di ascoltare il mio istinto.

Fortunatamente, il mio istinto l’ho seguito lo stesso. Sfortunatamente, mi sono sempre sentita terribilmente in colpa.

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Che cosa è l’attachment parenting?

Le teorie dell’attaccamento o attachment parenting sono in questo momento in gran voga tra gli specialisti italiani della prima infanzia.

L’attachment parenting, un termine coniato dal pediatra William Sears, è la filosofia dell’essere genitori basata sul principi dell’attachment theory della psicologia dello sviluppo.

Secondo la teoria dell’attaccamento, il legame che i bambini formano durante l’infanzia con le persone che si prendono cura di loro hanno conseguenze che durano tutta la vita.

Per cui i genitori sensibili e disponibili emotivamente verso i loro figli li aiutano a sviluppare sicurezza (secure attachemnt) e questo favorisce lo sviluppo socio-emotivo e il benessere dei bambini.

In casi estremi, un bambino potrebbe non sviluppare nessuna forma di attaccamento e di conseguenza soffrire di disordini di carattere psicologico.

Questo approccio, del tutto condivisibile, va dunque contro lo stile educativo tradizionale secondo il quale i bambini tendono facilmente a sbagliare, o a fare i capricci (che invece sono solo l’espressione dei loro bisogni), e devono per questo ricevere un’educazione rigida che li aiuti ad adattarsi al mondo, considerato un luogo difficile e pericoloso.

Viviamo nella cultura del distacco: intere generazioni, nell’ultimo secolo, sono state cresciute in base a teorie e pratiche – lasciar piangere, attenersi a degli orari, dormire da soli, non prendere in braccio – assolutamente prive di senso dal punto di vista biologico ed emotivo; ed ancora oggi le madri che seguono il loro istinto, coccolando, allattando a richiesta, dormendo insieme ai loro cuccioli, sono messe (e si mettono) in dubbio di essere “cattivi genitori”… le loro pratiche, semplici e naturali, suscitano sconcerto, allarme, persino aperta riprovazione.

Perché tanta sfiducia nelle risorse di madri e figli? Perché tante paure di viziare, fuorviare, “essere controllati” da minuscoli esseri umani appena affacciati alla scena della vita?

L’approccio genitoriale “distaccato” si basa su una serie di premesse negative.

Un’idea sottintesa è che i genitori, ma soprattutto i bambini, tendono istintivamente verso l’errore. I bisogni del neonato sono “capricci”, i suoi comportamenti sono pericolosi per sé oppure socialmente inaccettabili, maliziosi oppure selvaggi.

Allevare un bambino significa, secondo questa accezione, fare la guerra a tutto ciò che in lui non risulta conforme al “giusto” modello di essere umano; significa ostacolare, deviare, correggere i suoi comportamenti spontanei finché il bambino non si adegua ad uno stile e delle abitudini ritenute “normali”. è un metodo pedagogico lineare, un percorso a senso unico che va dall’adulto al bambino.

Viene definito dalle istituzioni didattiche “scolarizzazione”, da certi operatori psicologici “acquisizione dell’esame di realtà” e dai pediatri “regolarizzare il bambino”; ma la cruda verità è che si tratta di un lento lavoro di condizionamento teso a modellarlo, come fosse “materia grezza”, entro una forma accettabile per la società.

Cosa c’è di vero in queste teorie? Se passato al vaglio dei fatti, ben poco di ciò che viene affermato risulta vero. Popolazioni e culture nelle quali i bambini sono trattati per quello che sono – esseri dipendenti dagli adulti, bisognosi di presenza costante e affettuose cure – e accuditi con tenerezza e rispetto dei loro ritmi naturali, producono adulti almeno altrettanto maturi ed autonomi, se non di più, di quelle che teorizzano la bontà delle regole fisse.

Il modello parentale basato sulla separazione precoce del neonato dalla madre, l’allattamento ad orari, lo svezzamento precoce (mesi invece di anni), il dormire in culle ed in stanze separate, il non rispondere al pianto e alle richieste di contatto del bambino se non entro schemi prestabiliti (l’ora del pasto, l’accudimento di un bambino malato): tutto questo costituisce un “corpus” di comportamenti presenti solo in una minoranza di paesi industrializzati.

Sono atteggiamenti molto recenti nella storia dell’umanità, e se guardiamo ai grandi uomini del passato, le cui virtù sono così esaltate nei nostri libri di storia, dobbiamo ricordarci che la maggioranza di loro è stata cresciuta a stretto contatto con la mamma, allattata per uno o più anni ed ha dormito per diversi anni nel letto materno.  

Come ogni altra teoria, il nostro consiglio è quello di prenderle in considerazione entrambe e di applicare quella che si inserisce facilmente nello stile di vita della tua famiglia e se pertanto potete adottarla senza eccessivi sacrifici. Pensa per ogni tipo di scelta adottata se è sostenibile nel medio-lungo termine.

Per esempio se scegli di dormire insieme al neonato pensa per quanto tempo sei disponibile a farlo e agisci di conseguenza.

Le 7 B della teoria dell’attaccamento

I principi dell’attachment parenting sono riassunti nelle 7 Baby Bs:

  1. Birth Bonding – Legame alla nascita
  2. Breastfeeding – Allattamento al seno
  3. Babywearing – Letteralmente indossare il bambino, ovvero trasportarlo tramite fasce e appositi indumenti
  4. Bedding close to baby – Dormire insieme o vicini
  5. Belief in the language value of your baby’s cry – Interpretazione del pianto
  6. Beware of baby trainers – Attenzione ai consigli di altri
  7. Balance – Equilibrio

Nel dettaglio la teoria dell’attaccamento prescrive:

LEGAME ALLA NASCITA

Esistono evidenze che il modo in cui il neonato e i genitori iniziano la loro relazione aiuta lo sviluppo futuro. I primi minuti, giorni e settimane dopo la nascita sono un periodo cruciale, in cui madre e bambino dovrebbero stare fisicamente molto vicini. Se ciò non fosse possibile, per esempio per complicazioni post-parto esiste il tempo per recuperare, ma quanto più immediato il contatto tanto più facile lo sviluppo di un secure attachment. Strumenti di maternage ad alto contatto è per esempio il rooming-in (che, in ospedale, permette alla mamma di tenere con sé in stanza il bambino).

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ALLATTAMENTO AL SENO

L’allattamento al seno offre l’opportunità di conoscere a fondo il neonato. Per allattare al seno bisogna leggere il linguaggio del corpo, i segnali che il bambino manda. Inoltre il latte materno contiene nutrienti unici per lo sviluppo cerebrale. Dal punto di vista materno l’allattamento aiuta anche il corpo a sviluppare prolattina e ossitocina, ormoni che favoriscono la madre anche nelle altre fasi della teoria dell’attaccamento. Per facilitare le lunghe giornate di allattamento e per renderle più “comode” e rilassanti acquista i cuscini per l’allattamento Doomoo che grazie alle microsfere di cui sono composte facilitano una corretta posizione per mamme e bebè. Scegli il cuscino allattamento Softy o Buddy in base alle tue esigenze. Dai un’occhiata per conoscerne tutte le caratteristiche.

“PORTARE IL BAMBINO ADDOSSO” O BABY WEARING

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Il bebè impara molto nelle braccia di un genitore impegnato. I bambini che vivono la loro giornata trasportati dai genitori sono più tranquilli e spendono più tempo nello stato di “vigilanza serena”, lo stato comportamentale che meglio favorisce l’apprendimento. Il babywearing migliora anche la sensibilità dei genitori visto che il bambino è vicino al genitore e così è facile conoscerlo meglio e sviluppare un attaccamento sicuro. Dai un’occhiata al nostro marsupio porta bebè TODOGI con le sue simpatiche fantasie ad animaletto e la sua struttura ergonomica e sicura sono il meglio che tu possa scegliere per il tuo bebè. Oppure la nostra fascia facile da indossare ed ergonomica per mamma e bambino.

DORMIRE INSIEME (COSLEEPING)

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Far dormire il neonato nel lettone con mamma e papà favorisce il riposo dell’intera famiglia. Poiché la notte può rappresentare un periodo vissuto con angoscia dal neonato, sentire la vicinanza fisica del genitore e del seno materno minimizza l’ansia da separazione notturna e aiuta il bambino ad addormentarsi in maniera piacevole e senza paura. Anche il genitore più riposato è in grado di seguire meglio il proprio figlio in base a tutti i principi della teoria dell’attaccamento. Se hai paura di schiacciare il tuo bimbo puoi utilizzare il bozzolo Cocoon di Doomoo che delimita lo spazio del tuo bambino nel lettone così mamma e papà dormiranno sereni.

COMPRENSIONE DEL PIANTO

Il pianto del neonato è la sua voce, il suo modo di esprimersi. I bebè piangono per comunicare, non per capriccio. La risposta sensibile al suo pianto sviluppa la fiducia del neonato nel fatto che il genitore è lì per rispondere alle sue necessità ma anche la fiducia del genitore nelle proprie capacità.

FILTRA I CONSIGLI

La teoria dell’attaccamento prescrive che bisogna fare attenzione a discernere i consigli, specialmente quelli che propongono uno stile genitoriale rigido ed estremo e che insegna a dare degli orari fissi ai neonati e lasciarli piangere. Questi metodi possono essere vantaggiosi nel breve termine ma non nel lungo poiché creano una distanza tra il bambino e il genitore che impedisce a quest’ultimo di conoscere a fondo il proprio figlio e di sviluppare un attaccamento sicuro.

BILANCIARE I BISOGNI DI TUTTI

Volendo dare il più possibile al proprio figlio è facile dimenticarsi dei propri bisogni e di quelli del proprio matrimonio. Trovare l’equilibrio giusto come genitore vuol dire essere appropriatamente reattivi verso il proprio figlio, sapere quando dire sì e quando dire no e avere la saggezza di saper dire sì a sé stessi quando necessario.

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